Burri Fontana Afro Capogrossi. Nuovi orizzonti nell’arte del secondo dopoguerra

Museo Villa dei Cedri, Bellinzona
24 marzo - 2 settembre 2018
a cura di Pietro Bellasi e Carole Haensler

Burri | Fontana | Afro | Capogrossi |

Grafiche scelte, multipli, libri, disegni e una selezione di opere uniche di Burri, Fontana, Capogrossi e Afro tracciano un percorso per risalire una delle stagioni più tragiche e allo stesso modo sublimi dell’arte italiana e internazionale: l’Informale. Categorizzazione quanto più discussa, fluida, che nell’antinomia di astrazione e figurazione ha sviluppato la libertà del gesto, ha esplorato le sperimentazioni delle materie e, rinunciando alla raffigurazione di un soggetto ormai in crisi per una Storia inumana e brutale, ha continuato a presentificarne la sensazione.

Alla fine della Seconda guerra mondiale, l’arte si interroga sulla plausibilità e la possibilità di rappresentare ancora un mondo le cui stesse elementari strutture dell’esistenza ed del suo senso si sono frantumate sotto i colpi della violenza e della sopraffazione, e del dolore da queste generato. Le religioni, mostruosamente secolarizzate in ideologie ed epiche di disumana aggressività, spalancano un abisso di universi immaginari che spinge all’esplorazione di elementi primigeni ed epifanici come la materia, lo spazio, il colore, la superficie e la profondità. Insomma la forma e le forme liberate dalle “figure” di un mondo ormai alieno da ricomporre in una sorta di futuribile nuovo rinascimento: come nelle parole di Giulio Carlo Argan l’Informale diviene la «risposta dell’arte al modo inautentico di vita ch’è stato imposto agli uomini».

I lavori di Burri, Fontana, Capogrossi e Afro dimostrano la risposta dell’arte, o meglio le sue declinazioni espressive, non più in relazione a necessità estetiche, bisogni etici o istanze collettive. «La grande svolta fu quando si decise di dipingere, solo di dipingere. […] L’artista, ormai solo, non voleva cambiare il mondo, desiderava soltanto che il suo quadro fosse un mondo» (Rosenberg).

In maniera anti-accademica, anche se consapevole delle proprie tradizioni – Sweeney ricorda Afro come «artista tradizionale nel senso migliore della parola» –, gli autori in mostra mettono in relazione dialettica le possibilità della forma e dell’informe, del gesto e del segno, dell’esperienza e del processo, per ricomporre quel mondo ormai in frantumi, in cui la validità di tempo, spazio e soggettività si vanno perdendo o modificando. Ne emergono esiti differenti, referenziali, anarchici, in cui non trovano più ragione le divisioni tra dipinto, scultura, grafica e disegno.

Per tutti gli autori in mostra la grafica non ha rappresentato un’attività secondaria e collaterale alla pittura ma è stata una ricerca indipendente, anche se a volte non del tutto parallela (Afro si avvicina alle tecniche litografiche e poi calcografiche nella parte finale del suo percorso), attraverso la quale essi hanno potuto sperimentare ancora tecniche, intessere collaborazioni (storiche, ad esempio, quelle con la Stamperia Castelli e la 2RC), contare su una maggiore circolazione delle
opere ed elaborare ancora più approfonditamente il segno e il gesto come elementi fondanti della poetica.

Le grafiche di Alberto Burri e quelle di Lucio Fontana rimodellano l’idea di materia e dunque di spazio. Le Combustioni del primo simulano, attraverso l’acquatinta, l’acquaforte e le incisioni, gli effetti del fuoco. I lavori del secondo, contraddistinti da una “semplicità pura”, lasciano emergere una superficie e una materia che aspirano allo spazio. In Lucio Fontana il tentativo di invenzione figurativa si unisce alla riduzione astrattivista e le opere su carta sono centrali nella sua produzione, addirittura costituendo il primo teatro dei suoi buchi e tagli.

Uno spazio non geometrico, ma esperito, quello di Giuseppe Capogrossi, la cui ricerca – utopica, colma di varianti, tesa a una contrastante unitarietà – si sviluppa attorno a un eterno ritorno: il segno del tridente che, frammento e al tempo stesso modello di infinito, disegna un continuo spazio-temporale, progressivo e mutevole. «Il particolarissimo informale di Capogrossi nasceva già come fortissima istanza civile e morale dalle macerie del secondo dopoguerra, in quella Roma che era stata ‘città aperta’ … , ponendosi come ipotesi di una ricostruzione integrale delle stesse relazioni umane. Una visione positiva, che nel segno, distillato con pazienza e ostinazione dalla realtà delle elazioni tra le cose, riconosce la cellula generativa possibile di una sequenziale, modulare, iterativa adesione diretta al divenire della vita, sezionandone gli istanti come molecole di azioni” (Francesca Pola).

E poi le grafiche di Afro, realizzate a partire dagli anni Cinquanta, opere composte, talvolta liriche, in cui il colore si stende piatto, aderente ai limiti della linea, come accade in Capogrossi e nelle serigrafie di Burri. L’immaginario di Afro si era infatti incontrato tra il 1952 e il 1953 con “le suggestioni profonde della pittura dolorosamente confessiva” di Gorky, aggiungendo così al suo panorama segnico atmosfere oniriche, legate alla sfera del ricordo e tese alla ricerca di una verità soltanto propria, non della “Storia” ma di una “storia” tutta interiore. E, parafrasando Enrico Crispolti, così come si può ritenere che la ricerca grafica di Burri del 1967-68 – in ampie circoscrizioni formali nette, sia bianche sia nere e poi colorate – anticipò le scelte pittoriche di Afro negli anni Settanta, così si può pensare che la ricchezza d’invenzione cromatica di Afro, soprattutto nelle acquetinte e nelle acqueforti deglla prima metà degli anni Settanta, a sua volta sollecitò l’esplosione coloristica burriana negli anni Ottanta.

Le opere selezionate dimostrano dunque il percorso di ricerca, talvolta aderente, dei quattro artisti, evidenziandone similitudini e contrasti. Nel loro sviluppo gli esiti tendono a liberare il segno in segno-colore, libera e risonante fluenza cromatica, evidenziando la loro individualità sì, storicamente informale, ma al contempo fortemente formalistica.

Nel percorso della mostra si presterà attenzione ai libri illustrati da grafiche dagli stessi artisti. Da Saffo e Variazioni di Alberto Burri (Emilio Villa, ma anche il rapporto con Ungaretti) e dall’Eredità di Dante con Lucio Fontana (di Luigi Cavallo) alle acqueforti e acquetinte di Afro che accompagnano le liriche di Baudelaire, fino alle illustrazioni di Capogrossi per Eugène Ionesco.

Presente, assieme al corpus di multipli, disegni e serie, anche un’opera unica per ciascun artista, rappresentativa del percorso pittorico e della continuità con l’opera grafica.

Infine uno spazio, di grande impatto visivo, sarà dedicato ad una raccolta documentaria e storico-artistica. Attraverso supporti multimediali, videoproiezioni, fotografie e schermi touchscreen verrà ricostruito il contesto storico, antropologico, artistico del secondo dopoguerra italiano, mostrando testi e dichiarazioni di ogni autore insieme a quelle di illustri critici che hanno riflettuto sul termine “Informale” e sulle sue implicazioni.
Le immagini degli artisti al lavoro, saranno tratte da documentari e storici filmati, in particolar modo dagli importanti documenti provenienti dall’archivio di Valter ed Eleonora Rossi.

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